Schede Film

 
Il piccolo Yeti

Regia: Jill Culton, Todd Wilderman

Durata: 92'

Genere: Animazione

Luogo e anno: USA, Cina | 2019

Cast-

Dopo essersi imbattuta in un giovane Yeti sul tetto del suo condominio a Shanghai, ed averlo soprannominato "Everest", l'adolescente Yi e i suoi amici Jin e Peng, si imbarcano in un'epica impresa nel tentativo di far ricongiungere la magica creatura con la sua famiglia nel punto più alto della Terra. Per aiutare Everest a tornare a casa però, il trio di amici dovrà rimanere un passo avanti a Burnish, un facoltoso uomo intenzionato a catturare lo Yeti, e alla dottoressa Zara, una zoologa.

 
Antropocene

Regia: Jennifer Baichwal, Edward Burtynsky, Nicholas de Pencier

Durata: 87'

Genere: Documentario

Luogo e anno: Canada| 2018

Cast-

 

Anthropocene è il completamento, dopo Manufactured Landscapes (2006) e Watermark (2013), di una trilogia di documentari sull'impatto delle attività umane sul nostro pianeta. Un viaggio in sei continenti, narrato dalla voce di Alicia Vikander, per accostare i diversi modi nei quali l'uomo sta sfruttando le risorse terrestri e modificando la Terra come mai prima, più di quanto facciano i fenomeni naturali. La tesi dell'Anthropocene Working Group, che ha avviato i suoi studi nel 2009, è che gli ultimi 10.000 anni costituiscano un'era geologica vera e propria.

I canadesi Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier ed Edward Burtynsky hanno cominciato, nel 2005, all'inizio anche con il connazionale Peter Mettler, a investigare i paesaggi trasformati dalla mano dell'uomo per arrivare a una conclusione, che è anche il punto più alto e ambizioso dell'opera.

Un film con una tesi non nuova: ovvero che l'umanità sta sfruttando, più del dovuto, il pianeta, compromettendone lo stato e con conseguenze potenzialmente ancora più gravi, ma sviluppata in maniera organica e complessa con immagini spettacolari, che siano aeree o subacquee, dal forte impatto visivo e suono che sottolinea ed enfatizza. L'uomo ha superato i limiti e questo assunto esce da ogni immagine filmata in 43 luoghi di 20 diversi Paesi. In Kenya si accatastano le zanne sequestrate ai bracconieri di elefanti, che uccidono per ottenere l'avorio da commercializzare sui mercati asiatici, per essere bruciate.
Un gesto di enorme portata, che apre e chiude Anthropocene e vuole essere un segnale ai cacciatori. Intanto in un laboratorio di Hong Kong si continua a lavorare avorio per ottenere oggetti di vario tipo, che richiedono lavorazioni anche di anni, stavolta di provenienza legale: arriva dalla Siberia e dai ghiacci e dal permafrost che si sciolgono permettendo di recuperare i resti di antichi mammuth, una pratica ben descritta nel recente Genesis 2.0 dello svizzero Christian Frei. Sempre in Siberia è la città di Norilsk, che ospita le miniere di nichel e altri metalli più grandi del mondo ed è tra i luoghi più inquinati del pianeta.
Agli antipodi, il deserto cileno di Atamacama è punteggiato di vasche gialle o azzurre dove si tratta il litio, fondamentale per le batterie dei telefoni o delle auto elettriche. A Immerath, Germania, si sono abbattute case e una chiesa per allargare le miniere di carbone a cielo aperto.

Il viaggio prosegue tra foreste canadesi tagliate e città, da Lagos a Karachi, da Shanghai a Città del Messico, che si espandono inarrestabili, ma anche i fenomeni meteorologici sempre più estremi: l'innalzamento dei mari, le barriere erette in Cina e l'acqua alta a Venezia. Se documentari di questo tipo non sono nuovi (tra gli altri, lo stesso Mettler o l'austriaco Nikolaus Geyrhalter) e diversi filmmaker negli ultimi anni si stanno dedicando a questi temi, il lavoro del trio Baichwal, de Pencier e Burtynsky si fa apprezzare per lo spessore della ricerca e per il tono che non è di denuncia, ma finalizzato a creare consapevolezza.
Uno dei meriti degli autori è collegare tra loro fatti che possono sembrare slegati, ma senza forzature. Oltre alla cura formale nelle immagini e nel sonoro, da sottolineare il commento essenziale e senza enfasi.

La fattoria dei nostri sogni

Regia: John Chester

Durata: 91'

Genere: Documentario

Luogo e anno:  USA | 2018

Cast: John Chester, Molly Chester, Matthew Pilachowski

John è un cameraman che gira per il mondo per riprendere grandi scenari naturali. Sua moglie Molly è una cuoca e blogger specializzata in cucina salutare a base di materie prime coltivate e allevate con tutti i sacri crismi. Il loro sogno è costruire una fattoria da fiaba, dove far crescere animali e piante in perfetto equilibrio con la natura. E la spinta finale per decidersi a fare il grande passo viene loro da un cane, il trovatello Todd, che abbaia tutto il giorno quando i padroni sono fuori casa e costa alla coppia uno sfratto esecutivo dalla loro casetta di Santa Monica.
È l'inizio di una grande avventura: John e Molly acquistano 200 acri di terreno abbandonato a un centinaio di chilometri da Los Angeles e decidono di diventare coltivatori e allevatori, puntando alla massima varietà e diversificazione delle specie animali e vegetali in un habitat - la California rurale - rassegnato alle monoculture intensive. Il loro mentore è Alan York, un consulente-guru che impartisce loro lezioni di ecocompatibilità (e di vita). Sembra tutto bellissimo, ma il terreno è arido e, una volta avviate le colture e acquistato il bestiame (spendendo in sei mesi il budget preventivato per il primo anno) arrivano puntuali quei "flagelli" cui i contadini sono abituati da sempre: siccità, parassiti, animali predatori e chi più ne ha più ne metta. John e Molly combattono a botte di consigli zen del loro maestro e di ricerche su Internet, ma spesso le sfide sono superiori alle loro forze. Riusciranno a mantenere vivo il loro dream project?

La fattoria dei nostri sogni è un documentario autobiografico girato da John Chester (con l'aiuto di una squadra di cineoperatori) lungo otto anni di vita vissuta alternativamente in armonia e in lotta per la sopravvivenza con la natura.

Un magnifico trattato sulla necessità di trovare un equilibrio cui tutti devono contribuire e un livello gestibile di reciproca coesistenza, esercitando la capacità di osservare e la creatività nel trovare soluzioni a problemi sempre nuovi. "Lo slancio in avanti e la speranza nutrono la propria fortuna", afferma John, e davvero il suo documentario manda un messaggio ecologista più efficace di tanti trattati catastrofisti. John e Molly imparano a gestire la "disarmonia sostenibile" invece che aggrapparsi ad un "idealismo senza compromessi", e da spettatori seguiamo con partecipazione gli alti e bassi della loro avventura.
Ma quel che fa la differenza, dal punto di vista strettamente filmico, è la qualità iper professionale delle riprese da National Geographic che usano il time lapse e la fotografia al microscopio in modo puntuale e mai autocompiaciuto, mescolate a semplici (ma mai sciatti) home movies e a sequenze in animazione. E fanno la differenza il montaggio veloce e la sceneggiatura (scritta a valle, non a monte), entrambi di grande efficacia narrativa. La fattoria dei nostri sogni fa venire voglia di "attingere a quel potere naturale che si può cavalcare" senza esercitare la nostra arroganza di homines sapientes, invitandoci a considerare i fallimenti come carburante, e la precarietà della vita come fonte di energia infinitamente rinnovabile.

 
Miserere

Regia: Babis Makridis

Durata: 97'

Genere: Drammatico

Luogo e anno Grecia, Polonia | 2018

CastYannis Drakopoulos, Evi Saoulidou, Pavlos Makridis, Costas Xikominos, Makis Papadimitriou, Nota Tserniafski, Georgina Chryskioti, Evdoxia Androulidaki

Un uomo singhiozza disperatamente (soddisfatto) ai piedi di un letto. Da quando la moglie è in coma, sperimenta la pietà del mondo: la torta della vicina ogni mattina, la solidarietà dell'impiegato della tintoria a ogni capo smacchiato, gli abbracci della segretaria a ogni congedo, l'affetto di un amico dopo ogni partita a racchettoni, gli incoraggiamenti del padre a ogni visita. Quel sentimento di commossa e intensa partecipazione umana lo appaga pienamente ma poi la consorte si risveglia e la vita torna a sorridergli gettandolo nello sconforto più totale. Infelice all'idea di essere felice per sempre, cova l'impulso malato di ricadere in ambasce. Per riavere di nuovo un briciolo di misericordia è disposto a tutto.

Il cinema greco, dopo la crisi economica e la morte del suo maestro (Theo Angelopoulos), resiste e si reinventa.

Negli ultimi dieci anni, un gruppo di (giovani) autori ha realizzato film detonanti, premiati nei grandi festival e osannati dalla critica, che ha parlato addirittura di nouvelle vague greca. La loro ellenicità, radice spirituale dell'Europa, è del resto la promessa di una vocazione innata per creare miti.
Meno conosciuto di Yorgos Lanthimos, ma altrettanto velenoso e provocatore, Babis Makridis cavalca quest'onda e un immaginario surreale che destabilizza. Il filtro impiegato dal regista è quello dell'assurdo. Di un umorismo irresistibile, prima di suscitare una tristezza inconsolabile, Pity muove da un'idea di partenza originale e intrigante che rimane miracolosamente coerente fino alla fine. L'impresa non è facile per lo spettatore ma se ci si lascia andare all'esperienza il film mantiene le premesse dispiegando un immaginario più grande che altrove, uno sguardo inquieto sull'umanità. La ricerca di (in)felicità del protagonista, everyman dipendente dalla pietà del titolo, è presa seriamente, fino alla follia e alla morte (arrecata).
La sua vita si consuma come in una tragedia greca, dove gli umani diventano animali, si cavano gli occhi per vedere meglio o praticano l'omicidio sacrificale per scaricare una violenza altrimenti distruttrice di qualsiasi consorzio umano. L'esercizio di deformazione del quotidiano costituisce l'anima di una commedia nera sotto un cielo blu e davanti a un mare brillante. Pity esplora con attitudine solare un racconto oscuro e un personaggio mediocre il cui ego risplende quando è al centro della compassione.

Ai grandi eroi, Makridis preferisce il ritratto di una persona piccola piccola che vorrebbe esplorare tutte le possibilità della sofferenza, rimanendo sempre coerente e fedele a se stesso. L'avvocato di Yannis Drakopoulos si sente bene nella sua miseria ma la sua vita da sogno è minacciata dalla gioia. Il tormento emozionale del nostro, masochista e prossimo alla depressione, precipita il film nel grottesco e apre una breccia su un mondo parallelo che assomiglia alla realtà, naturalmente più sordida e insensata.
Scritto con Efthymis Filippou (The LobsterIl sacrificio del cervo sacro), Pity mette in scena un personaggio tragicomico di cui ignoriamo il nome e di cui interroga l'esistenza prigioniera dell'ambiente perfetto e asettico della classe di appartenenza. La sua condizione, sociale e professionale, non gli garantisce tuttavia quel bisogno primario appagato soltanto dalla pietà che provoca negli altri. L'assurdità delle situazioni contrastano col volto impassibile dell'attore, come il movimento allegro di Mozart (Sonata in Do Maggiore K. 545) col suo requiem (Sequentia: Lacrimosa).
Afflitto dalla buona sorte e senza più lacrime da versare a ragione, il protagonista affonda nella contemplazione della sua solitudine e della sua incapacità di avanzare. L'uomo senza nome esiste solo attraverso la propria ossessione. Quello che manca al personaggio, tossico della solidarietà lamentosa, è in fondo la volontà di vivere che come un naufrago ritorna dal mare. Una 'scrollata' incontenibile di vita che bagna l'ultimo campo e sigla la débâcle di un uomo ordinario.

 
Radici

Regia: Luigi Faccini

Durata: 75'

Genere: Documentario

Luogo e anno Italia | 2019

Cast-

1954. Due giganti della ricerca musicale, Alan Lomax e Diego Carpitella, partono con un registratore per il loro viaggio in Italia e ci regalano le musiche da cui veniamo. Due film che si intersecano: uno, a colori, sulla musica popolare italiana di oggi, quella che più mantiene vive le proprie origini e funzioni identitarie e uno, in bianco e nero, sulla musica popolare del passato, che si avvale del repertorio dell'Istituto Luce per ripercorrere alcune delle tappe del viaggio in Italia che Alan Lomax e Diego Carpitella fecero nel 1954-55, registrando e salvando tutto ciò che stava per scomparire nella vorticosa trasformazione socio-economica del nostro paese sfociata nel boom economico degli anni '60.

Ci sono ricerche che si rivelano come fasi eccezionali per la vita di chi le conduce ma che si rivelano tali anche per chi ne viene messo a conoscenza.

Luigi Faccini, che vanta una lunga e proficua attività di giornalista/documentarista, ce ne offre l'occasione con questa sua opera che non poteva avere altro titolo.
Si parla di radici profonde, radici che trovano nel canto, spesso di lavoro ma non solo, la loro modalità di espressione più sinceramente popolare. Chi avesse creduto che con la Nuova Compagnia di Canto Popolare e con il suo più famoso spettacolo "La gatta cenerentola" si fosse chiuso definitivamente un ciclo di ricerche sul canto che nasce dal basso ha l'occasione per ricredersi.
Faccini fa bene ad intrecciare i due livelli di cui sopra. Non solo per rievocare la passione di due autentici cultori della musica ma per mostrare come ancora oggi, in tempi di omologazione culturale diffusa, ci sia chi non ha dimenticato quella lezione e ne continui l'attività. Sia sul piano più nascosto degli studi e dell'archiviazione sia su quello più esplicito dell'esibizione spettacolare, c'è ancora chi opera affinché non vada persa una memoria che è fondamentale non solo sul piano strettamente filologico ma su quello di modalità di messa in comune di sofferenze e speranze tramutate in canto.

Faccini ci propone un viaggio che, con Lomax, parte dagli schiavi afroamericani e dalle origini del blues per approdare alle nostre spiagge e montagne. Lo fa mettendo in luce le specificità regionali ma, al contempo, evitando ogni facile campanilismo canoro/strumentale. Ci consente infatti di scoprire fil rouge inattesi (perlomeno da parte di chi non è addentro alla materia) su temi e partiture che attraversano l'intera penisola offrendoci un paesaggio musicale nel quale si è immerso per comunicarcene la bellezza.

 
Martin Eden

Regia: Pietro Marcello

Durata: 129'

Genere: Drammatico

Luogo e anno Italia, Francia | 2018

CastLuca Marinelli, Jessica Cressy, Denise Sardisco, Vincenzo Nemolato, Marco Leonardi, Autilia Ranieri

Martin Eden è un marinaio di Napoli con una grande fame di vita e un coraggio incontestabile. Per aver salvato Arturo Orsini da un violento pestaggio, Martin viene accolto con riconoscenza dalla famiglia del ragazzo e presentato alla sorella Elena. È amore a prima vista, e il desiderio di "essere degno" di Elena spinge Martin a istruirsi (anzi, per usare le sue parole di marinaio fermo alla licenza elementare, di "impararsi") facendo tutto da solo, leggendo voracemente e assorbendo, con la sua grande intelligenza naturale, ogni dettaglio di ogni disciplina affrontata. Emerge così il suo talento più profondo: quello per la scrittura. Ma la scrittura, almeno inizialmente, non paga, perché gli sforzi letterari di Martin vengono rifiutati dalle redazioni che respingono ogni suo saggio, racconto o poesia, troppo nuovi e diversi per i gusti standardizzati. E per Elena e la sua famiglia borghese la mancanza di una "posizione" è un problema, o meglio, una pecca imperdonabile.

Liberamente ispirato al romanzo più celebre dello scrittore americano Jack London, il Martin Eden di Pietro Marcello sposta l'azione da Oackland a Napoli, stratificando ulteriormente una vicenda che già nella narrazione originale mostrava infiniti livelli di lettura.

Dunque Marcello intercala alle scene di finzione, ambientate durante i primi dell'Ottocento, materiali di repertorio tratti da numerosi archivi (uno almeno, quello dei due bambini che ballano, già visto al cinema) in epoche diverse, con grande libertà di movimento e la capacità di giustapporre le vicende narrate da London alla condizione sempiterna di una Napoli insopprimibilmente vitale anche a fronte di condizioni economiche punitive. La color correction e la colorizzazione dal bianco e nero originale, ad opera degli abili tecnici dell'Istituto Luce, aggiunge livelli cromatici a quelli filmici e letterari di una sceneggiatura (dello stesso Marcello con Maurizio Braucci) che è la vera spina dorsale del film.
Il montaggio è preciso e veloce (anche se si sente la mancanza del gusto selettivo di Sara Fgaier, questa volta sostituita al fianco di Marcello dalla francese Aline Hervé e da Fabrizio Federico). La fotografia e la scenografia sono, opportunamente, affidate a mani diverse per le parti in cui Martin è giovane e quelle in cui ha raggiunto l'età adulta: perché anche il romanzo originale è diviso nettamente in due, l'entusiasmo giovanile del protagonista e il disincanto dell'(anti)eroe "cresciuto". Il problema semmai è che mentre nella prima parte Luca Marinelli è perfettamente credibile nei panni del protagonista incolto ma pieno di vita e di volontà di apprendere, nella seconda la sua caratterizzazione risulta artefatta e sopra le righe, complice anche un pessimo hairstyling.
La storia di Martin Eden è notoriamente quella semiautobiografica di Jack London, autodidatta arrivato al successo letterario solo dopo una serie infinita di lavori umili, e probabilmente corrisponde a qualche elemento personale della vita di Pietro Marcello, anche lui cresciuto con grande fatica solitaria all'interno di un'industria cinematografica che premia più spesso il franchising che la visione originale. Così come Martin Eden racconta un'audacia frustrata, Marcello manovra con spregiudicatezza la cinepresa inseguendo le peripezie di un autore incompreso, e si prende continue libertà registiche nella forma sincopata della narrazione, che sceglie gli eventi salienti e li allinea con la frenesia che àgita il protagonista, senza preoccuparsi di fornire spiegazioni che aiutino lo spettatore nel seguire la trama.
Luca Marinelli è un Martin Eden ideale, con quello sguardo leggermente allucinato che rende comprensibili le accuse di "megalomania" rivolte dai placidi borghesi adagiati nel proprio intoccabile benessere. Meno adatta nei panni di Elena Orsini Jessica Cressy, il cui accento francese non è mai giustificato, che fa rimpiangere l'intensità espressiva della fisicamente simile Vicky Krieps ne Il filo nascosto. Più ancora che Carlo Cecchi nei panni di Russ Brissenden (perché sono stati mantenuti in inglese solo il suo nome e quello di Martin?) sono straordinari i ruoli di contorno, affidati ad attori del palcoscenico napoletano: Autilia Ranieri (Giulia, la sorella di Martin), Gaetano Bruno (il giudice Mattei), e soprattutto la meravigliosa Carmen Pommella (Maria). Chiude il cerchio il sempre efficace Marco Leonardi, qui nel ruolo del marito di Giulia. Straordinario anche il commento musicale che mescola Debussy a Teresa De Sio con altrettanta libertà di quella con cui Marcello unisce immagini girate oggi e ieri.

Ma è soprattutto la dimensione sociale e politica, già presente nel romanzo originale e ulteriormente sviluppata dalla sceneggiatura di Braucci e Marcello, a rendere Martin Eden un apologo morale adatto ai nostri giorni, che sottolinea il valore della cultura e la scarsa accoglienza che le viene riservata, denuncia l'immobilismo sociale e la mancata accettazione di chi è diverso, e mette a nudo la paura che la verità incute in chi vive nella menzogna e nell'autoinganno. Marcello ha persino l'ardire di sottolineare la componente ironica di queste derive genericamente umane, e specificatamente italiane, ancora una volta rivelando la sua affinità elettiva con il temerario Jack London.

 
C'era una volta a Hollywood

Regia: Quentin Tarantino

Durata: 161'

Genere: Drammatico

Luogo e anno USA | 2018

CastLeonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Al Pacino, Margaret Qualley, Timothy Olyphant, Julia Butters, Austin Butler, Dakota Fanning, Kurt Russell, Bruce Dern, Mike Moh, Luke Perry

Los Angeles, 1969. Sharon Tate, promettente attrice americana e sposa di Roman Polanski, è la nuova vicina di Rick Dalton, star della televisione in declino. Dalton condivide la scena con Cliff Booth, stuntman che si è fatto (e rotto) le ossa nei western girati a Spahn Ranch. Controfigura e chauffeur di Dalton, Cliff vive in una roulotte con una cane disciplinato e fedele proprio come lui che da anni ammortizza le cadute e i rovesci dell'amico. E l'ultimo scacco costringe Rick e il suo doppio a traslocare dall'altra parte dell'oceano per girare un pugno di spaghetti-western. Sei mesi e una moglie (italiana) dopo, Rick e Cliff tornano a Los Angeles dove li attende la notte più calda del 1969.

Il cinema può salvare il mondo? Quentin Tarantino crede in ogni caso che possa vendicare gli ebrei (Bastardi senza gloria), affrancare dalla schiavitù (Django Unchained), cambiare il passato e offrire la chance ai vinti di regolare i conti coi propri carnefici.

In risonanza con Django Unchained e Bastardi senza gloria, che offrivano un'alternativa alla Storia facendo un falò dei gerarchi nazisti e dei bianchi schiavisti dell'America alla vigilia della Guerra Civile, C'era una volta...a Hollywood segue lo schema appropriandosi della storia del cinema, di una storia del cinema. La vendetta, sempre. Sempre più catartica, sempre più selvaggia, sempre più appassionante e sadica sul piano della rappresentazione. A compierla è un altro irresistibile tandem, due naufraghi della sottocultura hollywoodiana, un attore di serie B e la sua controfigura, che sembrano sognare ciascuno la vita dell'altro mentre le rispettive carriere colano a picco sotto il peso dei fallimenti e delle frustrazioni. Ma la vendetta questa volta non è quella dei personaggi, inconsapevoli 'dei fatti reali', ma è quella di un autore romantico che crede nell'immenso potere del cinema, che crede che tutto sia ancora possibile, come se la finzione potesse deflagrare la realtà.
Agli spettatori Tarantino offre un'esperienza differente, imbarcandoli nella sua nostalgia e nella deambulazione urbana piuttosto che costruire daccapo intrighi esplosivi. Per la prima volta rinuncia alla cavalleria, evocando con riguardo e pudore il soggetto che gli sta più a cuore: il suo amore per il cinema. C'era una volta...a Hollywood è un film intimo e contemplativo, lisergico e (incredibilmente) lineare su un'età dimenticata, perduta, sul cinema della sua infanzia, quello che lo ha innamorato perdutamente mentre il colore diventava la norma e Hollywood perdeva la sua innocenza sotto i colpi di coltello di Charles Manson e dei suoi adepti. Il cinema di Steve McQueen e di Bruce Lee, quello dei vecchi western di seri B e delle produzioni televisive poliziesche degli anni Sessanta.

La macchina da presa infila, come il documentario del debutto, le quinte dell'industria dei sogni con Leonardo DiCaprio che assume su di sé l'afflizione degli attori che conoscono la gloria per preparare meglio il proprio tramonto, Brad Pitt che gioca sfacciato e disinvolto le ombre del cinema e Margot Robbie che risorge Sharon Tate dalla finzione per allacciare il film alla realtà storica.
Realtà di cui crediamo di sapere tutto, di comprendere tutto, dimenticando che siamo in una sala buia e che il 'proiezionista' è Quentin Tarantino. L'autore che come nessuno è capace di reinventare il cinema, di reinventare la violenza al cinema, trasgredendo le regole della Storia, immaginando una soluzione o un'uscita di emergenza. In C'era una volta...a Hollywood gli eventi non si svolgono come nella realtà, la loro declinazione rivela una sorpresa, una svolta imprevedibile.
Ancora una volta la finzione viene in soccorso della realtà, abbracciando la crudeltà assassina del mondo per riscattarla. L'espediente, che altrove funzionava da gag metaforica, in C'era una volta...a Hollywood si eleva a professione di fede (estetica), trasformando il film in un canto melanconico che nessuno slancio irridente può incidere. Perché l'effervescenza dei sermoni ai quali Tarantino ci ha educati lasciano il passo allo spleen e invitano lo spettatore a perdersi. E i primi a smarrirsi sono i suoi protagonisti dopo otto whisky e troppi margarita.
Nella Los Angeles del 1969, anno cerniera di una rivoluzione culturale e cinematografica (usciva in sala Easy Rider, primizia e simbolo della New Hollywood), Tarantino incontra la 'famiglia' di Charles Manson e quella di Sharon Tate, Roman Polanski e Sergio Corbucci, l'aristocrazia hollywoodiana (Sharon Tate e Roman Polanski) e l'attore al declino a cui fa eco la base della piramide sociale del cinema, lo stuntman Cliff Booth. La passione e la volontà di preservare il cinema sono al centro del film come il desiderio di salvarne la musa. Per Sharon Tate, Tarantino inventa due cavalieri erranti, uno per l'acrobazia e uno per la ribalta, ruba 'c'era una volta' a Sergio Leone e restituisce alla locuzione la sua aura infantile. Un'espressione di candore incarnata da un'attrice appena sbocciata che il film 'tocca' da lontano, con grazia e in una sequenza spettacolare in cui Sharon Tate va al cinema per (am)mirarsi nel film che condivide con Dean Martin (Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm).
Sullo schermo Margot Robbie osserva solare ed estatica la performance dell'artista che interpreta perché è la vera Sharon Tate che appare nel buio della sala. Con l'omaggio, la sequenza rivela allo spettatore la 'distanza' riverente con la quale Tarantino ha deciso di trattare il soggetto. Ed è in quella intenzione che abita la più bella idea del film: sognare in pieno giorno, in pieno sole di ritardare la caduta dal cielo (drive), provando a afferrare un istante temporale nella sua infinita brevità.

 
Il segreto della miniera

Regia: Hanna Antonina Wojcik-Slak

Durata: 100'

Genere: Drammatico

Luogo e anno Slovenia, Bosnia-Herzegovina | 2017

CastLeon Lucev, Marina Redzepovic, Zala Djuric Ribic, Tin Marn, Boris Cavazza, Nikolaj Burger, Jure Henigman, Boris Petkovic, Tanja Ribic

Aljia è un minatore bosniaco che vive ormai da molti anni in Slovenia dopo che è stato obbligato, ancora bambino, a lasciare la sua terra per l'incombere della guerra. Gli viene assegnato l'incarico di visitare una miniera abbandonata per stilare un rapporto che la dichiari totalmente vuota e quindi pronta per una chiusura definitiva. Al suo interno scoprirà invece una macabra sorpresa.
In un periodo storico come quello che stiamo vivendo in cui più di un leader politico afferma che non bisogna guardare al passato ma occuparsi solo del presente e del futuro quasi che le radici dei popoli (in positivo e in negativo) non vi affondassero, un film come questo acquisisce un valore ancora più forte. Perché dal buio di quei cunicoli che percorre per stilare un rapporto che si vorrebbe scritto a priori Aljia fa emergere una verità scomoda. Scopre cioè migliaia di cadaveri murati all'interno di una galleria. L'eccidio risale alle fasi finali del secondo conflitto mondiale e molti non vogliono che ciò che accadde venga scoperto.

Il film ci fa riflettere, oltre che su quanto accadde in un'epoca di odi profondi, anche sulle diverse modalità di acquiescenza riscontrabili nella società odierna (balcanica ma non solo).

Perché se il minatore (questo il titolo originale) sa alzare la testa, al contempo si rimprovera per aver troppo a lungo obbedito senza discutere. Chi invece obbedisce al potere del denaro è il direttore delle miniere che per amoralità (che a volte è peggio dell'immoralità) è solo interessato ad ottenere gli obiettivi che la legge del profitto gli detta.
Ciò che però è più triste è quanto emerge dal comportamento del giovane apprendista che rivela il pessimismo di fondo che permea il lavoro della regista. Un pessimismo della ragione che però non rinuncia a prendere posizione portando sullo schermo una storia vera. Amaramente vera.

 
 
Fulci for fake

Regia: Simone Scafidi

Durata: 92'

Genere: Docu-fiction

Luogo e anno Italia | 2019

CastNicola Nocella, Davide Pulici, Camilla Fulci, Enrico Vanzina, Sergio Salvati

Fulci for Fake è il primo biopic su Lucio Fulci. Un film che indaga l’uomo e i suoi film attraverso materiali inediti. Lucio Fulci è un enigma. Il suo cinema, nonostante abbia conosciuto grandi momenti di successo (da Zanna Bianca a Zombi 2, vera hit al momento della sua uscita nelle sale statunitensi), ha iniziato a emergere in tutta la sua potenza solo dopo la morte del regista. I suoi film, paradossalmente, paiono diventare via via più sorprendenti nel tempo. Il mistero di Fulci è legato anche alla sua vita personale. Il regista ha parlato raramente di sé nelle interviste. Ma ha raccontato la sua esistenza nei suoi film, che sono un mosaico di tutto ciò che di travolgente e di tragico ha affrontato nel suo percorso umano. La cornice del film vede Nicola, un attore di successo, accettare di interpretare Lucio Fulci in un biopic dedicato al regista. L’attore inizia un viaggio alla scoperta di Fulci. Nicola si interrogherà a fondo sulla vera natura di un uomo che, già in vita, aveva riscritto la propria biografia. Una biografia in cui il mito, la creazione, la leggenda hanno ridefinito una vita esaltante quanto drammatica.

Lou Von Salomé

Regia: Cordula Kablitz-Post

Durata: 113'

Genere: Biografico, Drammatico, Romantico

Luogo e anno Germania, Austria | 2016

CastKatharina Lorenz, Liv Lisa Fries, Helena Pieske, Matthias Lier, Nicole Heesters, Katharina Schüttler

Scrittrice, poetessa, intellettuale, psicologa, archetipo di militante femminista. Lou von Salomé ha vissuto, spesso facendoli innamorare di sé, con alcuni dei più importanti personaggi dell’inizio del ‘900 tra cui Nietzsche, Rilke e Freud, che la consideravano la loro musa. A 72 anni, mentre il Reich prende progressivamente potere in Germania, un’anziana Lou, costretta a nascondere la propria discendenza ebraica, racconta le sue memorie a un ammiratore, ricordando come nacque il suo amore per la filosofia e come fosse determinata, fin da piccola, a dedicare la propria vita a espandere le potenzialità della mente. Nel rifiuto delle convenzioni borghesi della sua epoca, come l’importanza per una donna di sposarsi e avere figli...

 

WEBMASTER: Marco CALDERONE

seguici su:
  • Facebook Classic
This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now