Schede Film

 
La ragazza d'autunno

Regia: Kantemir Balagov

Durata: 137'

Genere: Drammatico

Luogo e anno: Russia | 2018

CastViktoria Miroshnichenko, Vasilisa Perelygina, Andrey Bykov, Igor Shirokov, Konstantin Balakirev, Kseniya Kutepova, Alyona Kuchkova

Leningrado, 1945. La guerra è finita ma l'assedio nazista è stato feroce e la città è in ginocchio. Iya è una ragazza bionda, timida e altissima, che ogni tanto si blocca, per un trauma da stress. Lavora come infermiera in un ospedale e si occupa del piccolo Pashka. Ma quando la vera madre del bambino, Masha, torna dal fronte, lui non c'è più. Spinta psicologicamente al limite dal dolore e dagli orrori vissuti, Masha vuole un altro figlio e Iya dovrà aiutarla, a tutti i costi.

Balagov, non ancora trentenne, è senza dubbio uno dei registi più talentuosi della scena contemporanea, e questo secondo lungometraggio, che segue l'acclamato Tesnota, lo ribadisce e conferma.

Difficile pensare ad un uso del colore più elegante, eloquente ed emozionante, o ad un cinema che trasudi altrettanta verità, tanto che pare di sentirne l'odore, l'aria intrisa di polvere, gli sbalzi di temperatura tra esterni e interni, il leggero graffio della lana grezza sulla pelle.
In anni in cui il contenuto è tornato al centro dell'interesse dei registi, e i loro virtuosismi si manifestano soprattutto nella ricerca di nuove formule del racconto, Beanpole riporta prepotentemente la forma in primissimo piano, rischiando la maniera, a volte sì, ma costruendo, nelle scene chiave, momenti indelebili di grande cinema.
La prima parte del film è la migliore: Iya, la "giraffa", è ancora al centro della scena, col suo corpo-mistero, strumento di pace e arma di morte, e la strana coppia che forma con il bambino, vittima sacrificale e metafora di un'innocenza impossibile, contiene tutta l'emozione che il film poi non offrirà più, infilando la via algida della relazione morbosa e manipolatoria, che è propria della coppia Iya-Masha. Ma le scene dell'ospedale e della vita domestica, nelle cucine condivise e nei pianerottoli di passaggio, e il gioco che scolora nella tragedia, non si dimenticano e nutrono l'intero film.

Quel che viene dopo riporta il discorso sul dramma storico, a un dopoguerra che ha le sembianze di un purgatorio, in cui tutto ha un prezzo altissimo. Si lotta per risorgere dalle ceneri ma il passato non è ancora tale e l'impaccio, di cui Iya è immagine simbolica, è quello di chi deve imparare a vivere in un mondo nuovo e dimenticato: le donne, in particolare, che portano sul volto le rovine più pesanti della guerra e al loro interno le perdite più traumatiche.
Alla visione del regista contribuiscono naturalmente il lavoro certosino e autoriale della direttrice della fotografia, Ksenia Sereda, e dello scenografo Sergei Ivanov, oltre che l'apprendistato di Bagalov presso Sokurov, maestro di sguardo e di bellezza.

 
The Irishman

Regia: Martin Scorsese

Durata: 209'

Genere: Drammatico

Luogo e anno: Usa| 2019

CastRobert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Ray Romano, Bobby Cannavale, Anna Paquin, Stephen Graham, Stephanie Kurtzuba, Jack Huston, Kathrine Narducci, Jesse Plemons, Domenick Lombardozzi, Paul Herman, Gary Basaraba, Marin Ireland

 

Frank Sheeran è un veterano della Seconda Guerra Mondiale e un autista di camion quando incontra l'uomo del destino, Russell Bufalino, boss della mafia a Filadelfia, che vede in lui il tratto principale di un buon ufficiale: l'affidabilità. Le famiglie di Frank e Russell stringono un'amicizia che va al di là (ma non al di sopra, come vedremo) del business. Russell è così fiero di Frank che lo presenta a Jimmy Hoffa, il capo del sindacato dei camionisti, più popolare di Elvis e dei Beatles messi insieme. Hoffa è vulcanico e brillante, calcolatore e stratega, ma anche affettuoso e seducente. Frank non è immune al suo carisma e diventa il suo guardiaspalle, il suo consigliere e, forse, il suo miglior amico. Il viaggio di questi tre personaggi attraverso gli Stati Uniti e la Storia americana è la stoffa di cui è fatto il cinema.

The Irishman è un'epopea gangster malinconica ed elegiaca, intima e ampia, che stratifica progressivamente tutto quanto sappiamo sul mafia movie, sul cinema di Martin Scorsese, del quale è un compendio (e si spera non un testamento), e sull'abilità recitativa di tre mostri sacri del grande schermo finora mai apparsi tutti e tre insieme.

De Niro (Sheeran) capitalizza sulla sua abilità di aprire spiragli nella maschera indecifrabile di un uomo qualunque; Pesci (Bufalino) gli fa a gara in sottrazione, contraddicendo la sua reputazione di show off; e Pacino (Hoffa) controlla i toni enfatici a favore di un'irresistibile bonomia.
Che l'intento di Scorsese fosse quello di costruire un'anti Quei bravi ragazzi è dichiarato fin dal primo, magnifico piano sequenza, che rispecchia (al contrario) il leggendario "Copa shot" del suo capolavoro del '90. La cinepresa si addentra lungo i corridoi di una casa di riposo fino a stanare Frank, ormai anziano e confinato ad una sedia a rotelle, che inizia il suo racconto in voce fuori campo (come l'altro irlandese prestato alla mafia in Quei bravi ragazzi) per spiegare a noi e a se stesso (non senza licenza poetica) "come cazzo è iniziato tutto questo".
Dentro Frank c'è Henry Hill, ma anche il Noodles di C'era una volta in America e il Tom Hagen de Il Padrino, estranei ai legami di sangue dei mafiosi appartenenti alla "stessa razza". Ci sono i temi più cari a Scorsese - colpa e redenzione - all'interno di un personaggio sempre presente a se stesso, ma così imbevuto della cultura della sopravvivenza e della sopraffazione da ritenersi escluso dal perdono, e immancabilmente costretto a fare ciò che va fatto perché "è così e basta": il che significa "Così si compie il fato". The Irishman è una tragedia greca in cui compaiono la predestinazione (dei mafiosi), l'hybris (di Hoffa), la preveggenza di Cassandra (Peggy, la figlia di Frank) e un tradimento doloroso che rimanda a Bruto ma anche a Giuda: siamo fra cattolici italiani e irlandesi, dopotutto.

The Irishman è infine una lectio magistralis di cinema che ci tiene inchiodati per tre ore e mezza con arditi movimenti di macchina, la sceneggiatura articolata di Steven Zaillian (dall'autobiografia romanzata di Sheeran scritta da Charles Brandt); la fotografia distaccata e al contempo evocativa di Rodrigo Prieto; e il montaggio dell'immancabile Thelma Schoonmaker; da libro di testo il primo dialogo fra Frank e il suo avvocato, dove i tagli rompono continuamente le convenzioni del campo e controcampo.
Scorsese tiene a freno tutto ciò che in passato (anche recente, vedi Wolf of Wall Street) è stato la sua cifra distintiva: il ritmo adrenalinico, le botte a ritmo di musica, le carneficine in piena vista, l'allure romantico del crimine; una sparatoria in un negozio di barbiere si trasforma in un elegante movimento di macchina che entra ed esce posandosi su un mazzo di fiori, lasciando ad una foto "alla Weegee" il gusto di mostrare il cadavere.
Lo sguardo morale è affidato interamente ai personaggi femminili; di disapprovazione silenziosa, o di complicità rassegnata. Lo sguardo del regista è invece quello di Dio citato alla fine, che com-prende ma non giustifica, e di un uomo di 76 anni che guarda alla sua vita e carriera con nostalgica delicatezza e grazia clemente. E alla fine lascia aperto uno spiraglio alla speranza, perché, come scriveva Alphonse Karr, "la vita si divide in due parti: speranza e rimpianto".
Infine ci sono i modi di dire instant cult ("Pistola aggredisci, coltello scappa", "Non si mette un pesce nell'auto"); dialoghi da antologia; e l'ironia impassibile con cui i cumpà raccontano la Storia come una continua interferenza con quella parallela di Cosa (e Casa) Nostra, facendoci a volte fare il tifo per i Tony del mondo contro l'oligarchia bianca e anglosassone che lo governa.

Ailo - Un'avventura tra i ghiacci

Regia: Guillaume Maidatchevsky

Durata: 87'

Genere: Avventura

Luogo e anno:  Francia, Finlandia | 2018

Cast: -

La vita della piccola renna Ailo raccontata in sedici mesi e quattro stagioni, dal parto in primavera alla pubertà, attraverso paesaggi incontaminati e primitivi abitati da animali fantastici. E spesso, come scoprirà Ailo, molto pericolosi. Una renna, appena nata, impiega cinque minuti per alzarsi sulle sue zampe, cinque per cominciare a camminare e cinque per imparare a nuotare. Il documentario di Guillaume Maidatchevsky impiega un'ora e un quarto per convincerci che, tutto sommato, la vita di una renna valga un film - e il nostro tempo per starla a guardare.

Nato dal desiderio di fiction di un documentarista già affermato, in cerca di un nuovo pubblico cui rivolgersi, Ailo punta all'entertainment senza rinunciare al linguaggio del cinema del reale.

Il film sconta un grande handicap iniziale: le renne, anche da cuccioli, non sono il massimo che si possa desiderare dall'entertainment. Meno tenere dei pinguini, meno epiche dei leoni, meno popolari degli orsi, nell'immaginario spicciolo le renne non sono altro che cervi sovradimensionati dal grosso naso, associati ora alla leggenda di Babbo Natale, ora a inquietanti tradizioni nordiche che le affiderebbero la guida delle anime nell'oltretomba. È perciò nobile il tentativo di Maidatchevsky di restituire al grande pubblico la conoscenza di un animale di cui si sa davvero poco, tentativo messo in atto con tutte le migliori armi del documentarista navigato: riprese ravvicinatissime, lungo studio dei "personaggi", la scelta di un protagonista - Ailo, appunto - seguito dal parto alla pubertà nel contesto di un ambiente (la Lapponia) che offre scorci naturalistici mozzafiato.
Ma la storia, leggermente ripetitiva nei meccanismi (Ailo incontra di un nuovo animale, presentazione dell'animale, avanzamento dell'azione) stenta a ingranare, e anche i paesaggi - la taiga, i fiordi, le piane ghiacciate - si succedono l'un l'altro in un fluido, ma leggermente soporifero, avvicendamento stagionale. E poichè, da documentarista duro e puro, Maidatchevsky rigetta l'idea del film ambientalista a tesi, restano sullo sfondo tanti elementi che pure sarebbero stati d'interesse, primo fra tutti l'impatto dell'uomo su un simile, fragile e incontaminato, ambiente naturale.

Azzeccata invece, senza ombra di dubbio, la scelta della voce narrante: un Fabio Volo ormai maturo nel doppiaggio, dal timbro caldo e l'andamento giocoso, capace di interagire con le immagini al punto di infonderle una vitalità imprevista. Più riuscito come prodotto documentaristico che come film d'intrattenimento per ragazzi, Ailo ha il pregio di mostrare con grazia e gusto per il dettaglio immagini uniche (lo stesso parto della renna è uno spettacolo a sé) e animali poco frequentati dal cinema (la renna, il ghiottone, l'ermellino, la volpe artica). Ma resta un prodotto da consigliare, più che allo spettatore occasionale, all'amante della natura, deciso a scoprire - al netto di un certo sforzo - la vita segreta di uno degli animali meno cinematografici della storia.

 
Il peccato - Il fuore di Michelangelo

Regia: Andrey Konchalovskiy

Durata: 134'

Genere: Drammatico, Biografico, Storico

Luogo e annoRussia, Italia | 2019

CastAlberto Testone, Jakob Diehl, Francesco Gaudiello, Federico Vanni, Glenn Blackhall, Orso Maria Guerrini, Anita Pititto, Antonio Gargiulo, Massimo De Francovich, Simone Toffanin

Quali sono i segreti nascosti dietro a una grandiosa opera d'arte? Ci sono passione, talento, aspirazione, lavorìo frenetico, determinazione, maestosità dell'impatto estetico e storia, ma esistono poi i retroscena tangibili che dimostrano che realizzare una scultura non è un mestiere semplice. Soprattutto se il fautore è un artista come Michelangelo. Lo scultore aretino, già noto e apprezzato più dei suoi colleghi come l'odiato - ma ammirato - Raffaello, Leonardo o l'amico tradito Sansovino, per la realizzazione della volta della Cappella Sistina nel 1506, è chiamato alla corte dei Della Rovere già conteso anche da un'altra famiglia al potere, quella dei Medici a Firenze.

Il Peccato - Il furore di Michelangelo narra l'alternanza tra due grandi commissioni scultoree, quella della tomba di papa Giulio II Della Rovere, già committente della "Sistina", e quella, accettata per boria e denaro, della monumentale facciata della chiesa di San Lorenzo.

Roma e Firenze dunque: due realtà a cui Michelangelo non riesce a sottrarsi, giocando alle spalle dei suoi colleghi rivali, perché l'artista sapeva di essere il più bravo di tutti e non voleva cessare di dimostrarlo. Superbia e avarizia sono quei peccati che portano Michelangelo ai confini della pazzia: tra i vizi recitati da Dante nell'Inferno, che lo scultore conosceva a memoria e da cui era ossessionato. Come era ossessionato dai blocchi di marmo delle alpi Apuane.
Una materia "bianca come lo zucchero", preziosissima, su cui il regista Andrei Konchalovsky si focalizza raccontando il sudore e la fatica dell'estrazione del famoso blocco unico, detto "il mostro" dai prodi cavatori di Carrara, presso la cava di Fantiscritti - oggi Cava Michelangelo, appunto -. È lì che quest'uomo dall'apparente docilità fisica si reca per la prima volta intorno al 1496, per poi iniziare le sue gite sul luogo fino a una permanenza in cui con studio, ardore e focosa passione, aiutò a portare il blocco verso il mare, causando fatiche immense e anche una morte.
Ma l'inganno di Michelangelo viene scoperto e quel blocco di marmo, da cui già lo scultore aveva abbozzato figure maestose come prigioni, profeti e pensatori seduti, viene abbandonato per anni sulla spiaggia dell'Avenza. L'offerta accettata, con tanto di contratto firmato ai Medici e denaro intascato, prevedeva l'abbandono di Carrara e delle sue preziose cave e lavoratori per quelle meno organizzate di Pietrasanta, dove Michelangelo, con il suo assistente, traccia la via per la discesa dei blocchi verso il mare.

Una professione, quella del cavatore, ancora oggi ricordata da importanti tributi come la scultura in marmo bianco "La figlia del Sole" di Gio' Pomodoro, collocata presso la piazza di Forte dei Marmi "in vista delle cave marmifere delle Apuane e del Pontile di attracco delle imbarcazioni che, secondo una consuetudine centenaria, hanno caricato e trasportato i blocchi lapidei verso lidi lontani per essere scolpiti ed immortalati da celebri artisti come i Pisano, i Michelangelo...", o ancora il video "Il Capo" di Yuri Ancarani.
Tormento, audacia, talento e pazzia accompagnano il film che traccia una panoramica dura e grezza dell'Italia rinascimentale, dove vigeva una società già corrotta, con delle regole sporche, oltre che delle truci maniere nei rapporti umani e lavorativi che il regista russo non risparmia al pubblico.
Michelangelo è odiato e amato tra le vie delle cittadine toscane tra risse, violente uccisioni, sesso e sporcizia, ma, per la stima della sua grandezza, tra prodigi e fallimenti, riesce a realizzare dei capolavori. Opere importanti che scorrono veloci verso il finale del film, come a indicare che il processo di realizzazione è bastato a spiegarne la grandiosità. Ecco che si chiude con il "David", il "Mosè" e la "Pietà" che quella "canaglia divina" ha lasciato come tracce di un lavoro perfetto, divino appunto, fatto di mani sporche e follia.

 
 
Scherza con i fanti

Regia: Gianfranco Pannone

Durata: 72'

Genere: Documentario

Luogo e anno Italia | 2019

Cast-

Un viaggio tragicomico nella recente storia d'Italia e, insieme, un canto per la pace. Un percorso lungo più di cent'anni, dall'Unità d'Italia a oggi, per scandagliare il difficile, sofferto e spesso ironico rapporto del popolo italiano con il mondo militare e con il potere. Attraverso le preziose immagini dell'Archivio Luce, i canti popolari e quattro diari intimi: di un soldato del Regio nell'Ottocento, di un combattente in Etiopia nel 1935, di una donna partigiana, di un sergente della Marina militare in Kosovo.

Da acuto ed esperto ricercatore qual è Gianfranco Pannone ci offre un’occasione di riflessione lontana dalla retorica pacifista di maniera sul senso che le guerre hanno avuto per il popolo italiano.

La scelta di utilizzare quattro diari di epoche diverse, accompagnandoli con immagini e musiche che facciano loro da supporto significativo, risulta molto interessante ed efficace. In particolare colpisce la cronaca di una delle pagine buie del Risorgimento: la rappresaglia compiuta dall’esercito sabaudo a Pontelandolfo nel 1861. Se non si conoscesse la data e se lo stile della scrittura del diario non fosse così ottocentesco si potrebbe pensare alla descrizione di un eccidio compiuto dai nazisti. Questo ci fa riflettere sulla natura degli esseri umani indipendentemente dalle epoche e dalle contingenze storiche.
A fare da contrappunto a queste narrazioni abbiamo Pulcinella, sotto forma di burattino che sintetizza nella sua arguta semplicità la reazione della gente comune alla violenza e alla morte. C’è poi un altro elemento degno di nota che però meritava di essere più di un capitolo di un documentario avendo tutte le potenzialità per divenire un’opera a sé stante. Si tratta della lettura che Ferruccio Parazzoli fa di Piazzale Loreto a Milano come crocevia di una fase della storia del nostro Paese. Lo scrittore, che in quella Piazza abita, rievoca sia l’uccisione e l’esposizione dei corpi di numerosi partigiani compiuta dai nazifascisti sia il trattamento che venne riservato ai cadaveri di Mussolini, della Petacci e di alcuni gerarchi.

Pannone in passato aveva manifestato l’idea di dedicare un suo film alla memoria (o alla perdita della) in relazione a quegli accadimenti interrogando appartenenti a diverse generazioni. Sarebbe stato davvero interessante come indagine sulle rimozioni collettive. Resta comunque ciò che Parazzoli dice su tendenze riemergenti nelle masse del nostro Belpaese. Fa venire voglia di rileggere un saggio di un altro interessante autore: Corrado Augias. Il titolo è tutto un programma: “Il disagio della libertà. Perché agli italiani piace avere un padrone.” Parazzoli ce ne offre inquietanti sviluppi.

Zog e il Topo Brigante

Regia: Max Lang, Daniel Snaddon

Durata: 52'

Genere: Animazione

Luogo e anno Regno Unito | 2018

Cast-

ZOG
di Max Lang e Daniel Snaddon (27')
Zog è il drago più perspicace della Dragon School, ma anche il più incline a cacciarsi nei guai. Fortunatamente, una fanciulla misteriosa è sempre pronta a medicare i suoi lividi. La giovane ragazza dovrà aiutare Zog a superare la dura prova che lo attende: catturare una principessa e vincere l'agognata stella d'oro.

IL TOPO BRIGANTE
di Jeroen Jaspaert (25')
La vita non è semplice per gli altri animali a causa di un avido topo che attraversa in lungo e in largo l'autostrada rubando tutto il loro cibo. Ghiotto di panini, biscotti e ogni cosa dolce, il roditore non si ferma davanti a nulla pur di saziare la sua fame. Il brigante avrà finalmente la sua meritata punizione, grazie all'intervento di un'anatra molto furba.

 
Cena con delitto - Knives Out

Regia: Rian Johnson

Durata: 131'

Genere: Azione, Drammatico

Luogo e anno USA | 2019

CastDaniel Craig, Chris Evans, Ana De Armas, Jamie Lee Curtis, Christopher Plummer, Michael Shannon, Don Johnson, Toni Collette, Katherine Langford, LaKeith Stanfield, M. Emmet Walsh

Harlan Thrombey, romanziere, editore e carismatico patriarca di una bizzarra famiglia allargata, è morto. Scoperto dalla giovane cameriera Marta la mattina dopo un'imponente festa di compleanno per i suoi 85 anni, il cadavere eccellente ha la gola tagliata ma sembra essere il frutto di un suicidio. La lussuosa villa di campagna di Thrombey vede l'arrivo di due ispettori di polizia, dell'investigatore privato Benoit Blanc, e dei familiari del ricco imprenditore, guidati dai figli Linda e Walter e dalla nuora Joni. Con un'eredità che fa gola a ognuno di loro, e con un'indagine che gratta sotto la superficie degli eventi, la costernazione lascia velocemente il posto al sotterfugio e al pregiudizio.

C'è una profonda voglia di divertimento alla base di Cena con Delitto, rivisitazione di un giallo vecchio stampo alla Agatha Christie in cui il filo del godimento sfacciato parte dal marketing del film, passa per il gioco corale di un cast d'eccezione, e arriva fino all'intento iniziale del regista Rian Johnson.

Triturato dal macchinario dell'intrattenimento globale per non essere andato troppo sul sicuro con il suo Star Wars: Episodio VIII - Gli ultimi Jedi, Johnson trova in Cena con Delitto l'occasione di divertirsi in modo sicuro e circoscritto, aggiornando al presente un genere dallo spirito demodé come il murder mystery.
Teletrasportandosi nel passato, non per uccidere se stesso come in Looper, ma per inseguire la gioia degli esordi che lo portava a sperimentare con le regole del racconto, Johnson va ad abitare con profitto "in un tabellone di Cluedo" come del resto fa il buon Christopher Plummer, che vuole essere al tempo stesso un padre attento e un narratore birichino, esercitando in entrambi i casi un controllo assoluto sulla storia sua e degli altri.
Ciò che rotola fuori dalla scatola del gioco da tavolo non cambia mai: in questo caso una villa isolata piena di trucchi, un delitto, un detective e un gruppo di sospettati che si accusa a vicenda. Un Daniel Craig dal sinuoso accento del sud guida le danze nella grande tradizione degli indagatori cinematografici che sgonfiano il proprio genio con un po' di goffaggine, mentre al suo fianco la sincerità normale e senza rigurgiti di Ana de Armas è la vera protagonista. E se lo spazio dato al suo personaggio sembra tradire la promessa iniziale di mettere al centro della scena la celebrità e il virtuosismo del resto del cast, tale è proprio il commento "meta" di Rian Johnson, che spinge via il privilegio della vecchia America bianca in favore della ragazza di famiglia immigrata.

Più di un semplice omaggio progressista, il livore un po' sprecato dei vari Jamie Lee Curtis, Michael Shannon e Toni Collette è significativo all'interno di un genere da sempre inscindibile dalla sua venatura upper-class. Johnson la interroga da una prospettiva contemporanea, ma senza rompere l'incantesimo di un colpo di scena rivelato davanti al camino.
A differenza del quasi omonimo (nel titolo italiano) Invito a cena con delitto, che nel 1976 seppelliva nell'assurdo sia un cadavere che il filone stesso, l'allegra banda di ipocriti che si riunisce a casa Thrombey dà vita a un intrigo autentico che funziona proprio come quelli di una volta.

 
L'ufficiale e la spia

Regia: Roman Polanski

Durata: 126'

Genere: Drammatico, Thriller

Luogo e anno Francia, Italia | 2019

CastJean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois

Gennaio del 1895, pochi mesi prima che i fratelli Lumière diano vita a quello che convenzionalmente chiamiamo Cinema, nel cortile dell'École Militaire di Parigi, Georges Picquart, un ufficiale dell'esercito francese, presenzia alla pubblica condanna e all'umiliante degradazione inflitta ad Alfred Dreyfus, un capitano ebreo, accusato di essere stato un informatore dei nemici tedeschi. Al disonore segue l'esilio e la sentenza condanna il traditore ad essere confinato sull'isola del Diavolo, nella Guyana francese. Il caso sembra archiviato. Picquart guadagna la promozione a capo della Sezione di statistica, la stessa unità del controspionaggio militare che aveva montato le accuse contro Dreyfus. Ed è allora che si accorge che il passaggio di informazioni al nemico non si è ancora arrestato. Da uomo d'onore quale è si pone la giusta domanda: Dreyfus è davvero colpevole?

Roman Polanski mette le sue doti di Maestro del Cinema al servizio di una vicenda che, in tempi come quelli presenti, merita una rivisitazione.

Il cinema se ne era già occupato in passato. Sia con Emilio Zola di William Dieterle nel 1937 (film che colpì il giovanissimo Roman) e, successivamente, con L'affare Dreyfus di José Ferrer del 1957.Il film purtroppo ha innescato diverse polemiche scaturite dall'intervista che il regista ha rilasciato per il pressbook che ha accompagnato il film alla 76.ma Mostra del Cinema di Venezia. In quelle dichiarazioni Polanski dice di aver potuto comprendere meglio la storia che stava portando sullo schermo a causa delle accuse false che gli vengono periodicamente lanciate. Questo ha provocato reazioni di diversa natura che hanno rischiato di offuscare il valore intrinseco del film.
Perché L'Ufficiale e la Spia si colloca nella categoria delle opere di impianto classico che trovano la via del grande schermo nel momento storicamente giusto. È sicuramente vero che il regista e il suo co-sceneggiatore Robert Harris lavorano da anni su questa idea ma è ora che è indispensabile mostrare, con un film capace di arrivare al grande pubblico, come il Potere sia in grado di costruire falsificazioni capaci di resistere a lungo e di sconvolgere vite.
Viviamo in tempi in cui la memoria collettiva è quotidianamente insidiata da una valanga di news tra cui è sempre più difficile distinguere le vere dalle fake. Attraverso la persona di Picquart (magistralmente interpretato da Dujardin) Polanski ci ricorda come siano necessari uomini che siano capaci di andare al di là delle proprie convinzioni (il colonnello non amava gli ebrei) quando si trovano di fronte a un'ingiustizia che diviene tanto più palese quanto più chi la sta perpetrando fa muro perché non ne emergano le falsificazioni.

L'ingresso nella sede dei Servizi Segreti costituisce così la cifra stilistica del film. In spazi così cupi e privi di 'aria' (l'odore della fognatura li pervade) è facile che gli uomini si trasformino in tanti Capitano Henry che gli dichiara: "Voi mi ordinate di uccidere un uomo? Io lo faccio. Mi dite che è stato un errore? Mi dispiace ma non è colpa mia. Questo è l'Esercito" Picquart gli replica: "Questo sarà il suo Esercito. Non il mio".
Polanski ci interroga sulla morale dei nostri tempi (che non riguarda solo uno specifico settore) e ci invita a vigilare. Forse non siamo più in tempi in cui un articolo di giornale può fare riaprire un processo come accadde con il "J'accuse" di Emile Zola pubblicato su "L'Aurore" ma forse proprio per questo è necessario saper reagire a quella sorta di impermeabilizzazione agli scandali che rischia di produrre un appiattimento dell'opinione pubblica che finisce con il lasciare spazio al morbo dell'indifferenza diffusa. Ricordare ciò che accadde allora può trasformarsi in un monito prezioso.

 
 
Escher - Viaggo nell'infinito

Regia: Robin Lutz

Durata: 90'

Genere: Documentario

Luogo e anno Olanda | 2018

CastGeorge Escher, Jan Escher, Liesbeth Escher, Stephen Fry, Graham Nash

Come si possono ricreare le forme ripetute delle cose che si susseguono lontano nel paesaggio? Come si fa a catturare quelle geometrie, quelle ombre e quei dettagli che l'occhio percepisce in maniera così perfettamente assemblata nello spazio? Escher ci riesce componendo, con un rigore matematico e uno stile ossessivo fatto dalla ripetizione dei soggetti, le forme che l'illustratore coglie intorno a lui, che appaiono via via infinite. "Non sono un artista. Sono un matematico", risponde Mauritz Cornelis Escher a Graham Nas, cantautore e fotografo inglese che scopre l'illustratore olandese grazie a un prezioso libro alla fine degli anni Sessanta, e lo contatta al telefono.

Escher non è un artista: è un talentoso illustratore che sonda la psiche umana e la sua maniera di percepire il mondo. È un minuziosissimo osservatore della realtà che riporta, con uno stile preciso, in bianco e nero e poi a colori, nei disegni e nelle stampe in cui sembrano muoversi elementi e forme percepite, dai solidi platoniani, a qualunque soggetto che possa attrarlo: alberi, geometrie, elementi architettonici, animali, foglie, onde, figure umane, metamorfosi dei dettagli, montagne, scacchiere, scalinate, cerchi che si allargano, e così via...

Escher produce delle piccole coreografie che entrano le une nelle altre, restituendo un'idea di infinito. L'occhio ha una ricezione particolare quando osserva le creazioni di Escher, per questo al grafico olandese sono state attribuite diverse invenzioni basate sull'illusione ottica.
"I am afraid there is only one person in the world who could make a good film about my prints; me / "Temo che ci sia un'unica persona che può fare un buon film sulle mie riproduzioni. Io", esordisce così il narratore Escher nel che racconta la sua vita: una figura di intellettuale che ha lavorato e creato fino alla sua morte, nel 1972. Il regista ha scelto di non ricostruire il suo personaggio attraverso un attore, di non renderlo fittizio, ma di lasciarlo come testimone e narratore del nostro tempo che commenta le cose dall'esterno, da un altro mondo.
Escher infatti, con la prestante voce fuori campo di Stephen Fry, osserva la realtà contemporanea con ironia e stupore nei confronti di chi, ancora oggi, ama la sua opera. Questa chiave di narrazione del film è originale e bilancia la storia di Escher con le sue derivazioni nel contemporaneo - dal mondo del tattoo a cui le sue illustrazioni sono arrivate, fino alle grandi mostre dedicate.

Le sue illustrazioni hanno girato il mondo. Quello stesso mondo che Escher ha un po' girato e da cui si è ispirato, con particolare amore nei confronti dell'Italia, in particolare della Toscana e i suoi paesaggi, o alla Spagna, dove è stato attratto dagli ornamenti di matrice orientale di Toledo e Granada. Elementi ripetuti nei suoi moduli visivi attraverso architetture o segni sempre più fitti. Escher ha inventato queste regole: è riconoscibile per i micro-mondi grotteschi e barocchi, densi di elementi diversi, o per quello stesso soggetto ossessivamente disegnato.
Variazioni infinite di onde, di pesci, di uccelli, di animali preistorici inventati che, come in un labirinto, sembrano non terminare mai. E l'opera di Escher non termina mai, infatti. Anche dopo la sua morte questo illustratore è copiato, trattato, mostrato. A Palazzo Reale di Milano, ad esempio, nel 2017 gli fu dedicata un'importante retrospettiva. Le sue creazioni sono state comprese, assorbite e amate da tanti. Le rane, gli steli d'erba, le geometrie, le scale che salgono e scendono... sono Escher.

Botero - Una ricerca senza fine

Regia: Don Millar

Durata: 82'

Genere: Documentario, Biografico

Luogo e anno Canada | 2019

Cast-

“Let yourself be” è il motto di Fernando Botero (Médellin, 1932), il pittore e scultore noto in tutto il mondo per le sue figure enormi e massicce, prettamente ritratti umani. “Lasciati essere te stesso”. Botero è riuscito a realizzare questo concetto, mantenendo la sua personale identità di pittore fuori dagli schemi di un’estetica condivisa sin dall’inizio, dall’ardua partenza del suo percorso artistico nella città natale, la tragica e violenta Médellin in Colombia, fino a giungere nelle capitali dell’arte, quelle città dove un artista, dopo aver letteralmente sofferto la povertà, può riuscire, con tenacia, determinazione e lavoro, a diventare qualcuno.

Questa è la storia di Botero, il film di Don Millar sul pittore colombiano che, tra Parigi, New York, Milano, la Cina, la Colombia, Montecarlo e Pietrasanta dove ha lo studio dal 1983, è riuscito a farsi conoscere e apprezzare con le sue figure contro avanguardia.

Grosse donne e uomini, cavalli dalle sembianze grassocce, di matrice classica ripresa da Paolo Uccello, ritratti e proporzioni esagerate, seppure riprese dai grandi classici che Botero ha sempre studiato e ammirato, da Piero della Francesca a Leonardo, da Dürer a Manet. Grazie a questi modelli e all’esercizio del disegno Botero crea una palette di colori personale e una plasticità nelle figure riconoscibile.
Il film racconta il percorso dell’artista dalle sue radici, al trasferimento a New York con soli venti dollari, fino alle prime commissioni private e poi a quelle pubbliche che lo hanno spinto verso una fama internazionale e particolare. Il regista ha scelto Botero come soggetto proprio per la fascinazione della sua figura di “star” nell’arte, pur non essendo, da molti, considerato un artista puro. La narrazione è scorrevole e completa e procede parallelamente tra passato e presente grazie alla affettuosa conversazione tra Botero e i suoi figli, seduti a un tavolo di un ristorante a New York.
È nella città americana infatti che due figli di Botero vivono, grazie alle peripezie e al grande lavoro del padre che si è reso solido sul mercato sin dagli anni ’90, dopo aver disseminato piazze e luoghi importanti – è il primo artista ad esporre delle sculture sugli Champs-Élysées (1992) – di tutto il mondo. La figlia Lina lavora per lui: è infatti in un vecchio magazzino non aperto per anni che mostra al regista delle tele con dipinti e disegni del padre appartenenti agli esordi pittorici.

Chissà quanto varranno adesso? Ed è con passione e amore che i figli raccontano della caparbietà del padre, dell’affetto nei confronti della sua famiglia, della dolorosa perdita del piccolo figlio Pedro nel 1974 in un incidente stradale, che ha fortemente influito sulla pittura di Botero. Una famiglia espansa e talmente amata che, una volta all’anno, viene richiamata per una grande riunione con figli e nipoti nella bella dimora di Pietrasanta, in Toscana.
La “Mona Lisa”, la “Cabeza”, il “Gatto” a Barcellona, gli autoritratti, le sculture delle colombe – tra cui la simbolica in piazza San Antonio a Medellin, lasciata distrutta dopo una rivolta politica nel 1995, come segnale di un dramma da non nascondere -, sono ormai dei simboli che piacciono alla gente, per questo Botero è riuscito a farsi spazio nel mondo. 

 

WEBMASTER: Marco CALDERONE

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